Apriti cielo – Alessandro Mannarino e il suo sound

Dopo 3 anni dalla pubblicazione del suo ultimo album “Al monte”, Alessandro Mannarino torna sulla scena discografica con “Apriti cielo”, sarà riuscito ancora una volta a stupire il suo pubblico o resterà un cantautore di borgata? Scopriamolo insieme analizzando l’album.

Questo cielo si è squarciato

Immaginate di svegliarvi al mattino presto, uscire di casa per portare il cane a fare una passeggiata con una leggera brezza che vi pizzica il viso, alzate il naso verso il sole vedete l’azzurro farsi strada tra il bianco delle nuvole, mettete le cuffiette e ascoltate l’album di Mannarino; dopo un paio di brani sentirete una strana sensazione, e vedrete il cielo sopra di voi avrà un significato totalmente diverso, sconosciuto. Questo è l’effetto che fa l’album del cantautore romano, rompe le righe dettate dalla musica moderna, unendo strofe ben ritmate a parole piene di significato. Non è da tutti rimanere ispirati dopo tre album di successo, ma Alessandro Mannarino sembra non aver perso il suo smalto, ci prende per mano facendoci attraversare nuovi sound che raccontano storie nuove.

Il viaggio

In questi tre anni Mannarino ha viaggiato, e si sente. Le melodie che ha portato dentro di se sono state rivisitate secondo il suo stile, unico e particolare, per poi fluire spontaneamente all’interno del disco. Questo album non è solo musica, è un’esperienza.

Si parte con “Roma”, canzone in romanesco fortemente voluta dai suoi ascoltatori, ottimo ritmo che ci fa ricordare il vecchio Mannarino e fa venire subito voglia di ascoltare il brano successivo.

Si passa poi a “Apriti cielo”, brano che dà il titolo all’album, e che è anche uno dei più belli, orecchaibili, da cantare sotto la doccia per i più smaliziati.

Seguono “Arca di Noè” e “Vivo”, quest’ultima mi piace particolarmente, per i giochi di parole architettati bene e il ritmo che incalza.

Poi viene “Gandhi” e qui si fa un tuffo nel passato: sembra di rivivere una canzone del primo album, precisamente “soldi”. Il parlato ha la meglio sul cantato e si ascolta un brano ponderato che vuole comunicare qualcosa, scegliete voi cosa, ascoltatelo e vi rimarrà in testa, garantito.

La novità arriva con “Babalù”, introdotto da una voce puerile che parla di questo essere proprio come farebbe un bambino, ma il significato di tutto ciò è molto più profondo, il nuovo sound qui si sente e fa davvero piacere ascoltarlo.

“Le rane” è un’altra delle mie canzoni preferite, ritmata, equilibrata, calibrata al punto giusto. Mi ricorda il divertimento che provai quando alla serenata per mia moglie cantai “me so m’bricato”.

Chiudono l’album due brani eccezionali, per melodia e valore intrinseco: “La frontiera” e Un’estate”. I due componimenti sono da ascoltare più volte, solo dopo un po’ di tempo a rimuginarci sopra si coglie quel qualcosa in più che il testo esprime, un’emozione che nei primi ascolti si perde, assorbiti dal ritmo melodico.

Sentenza d’ascolto

L’ultimo album di Alessandro Mannarino ha un ritmo piacevole, un sound che cattura e testi all’altezza dei grandi cantautori. Stupisce e commuove ad ogni brano, portandoci a riflettere sul senso di ciò che abbiamo appena scoltato. Nell’edizione a tiratura limitata è presente il vinile, il cd audio, e un disegno autografato dallo stesso autore; la qualità del vinile è buona e il fruscio appena percettibile, i solchi sono precisi e il disco non ondeggia, anche la qualità del cd è molto buona. La confezione è curata sia esternamente che internamente, ed è piacevole da esporre. Tirando le somme posso dire con certezza che è valsa la pena di attendere tre anni per questo nuovo album, personalmente avrei preferito un paio di tracce in più, perché è doloroso sapere che dovrò farmi bastare questi nove brani per almeno altri due anni.

Un album da ascoltare con la luce soffusa, sorseggiando del buon vino, chiudendo gli occhi e lasciando che la mente percorra le strade che Mannarino ha disegnato per noi, con maestria.

 

Simone Pinna

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