Agatha Cristie – il primo vero thriller?

In genere, quando si dice giallo si dice Agatha Christie.

E, quando si vuole dare un titolo, uno dei più gettonati è Assassinio sull’Orient Express, sia perché è il romanzo più famoso dell’autrice inglese, sia per la continua messa in onda delle varie trasposizioni televisive e cinematografiche, non sempre all’altezza del capolavoro della regina del giallo.

Personalmente ho sempre avuto un rapporto speciale con questo romanzo, per due motivi: è stata la mia prima lettura “seria” a 13/14 anni, che mi ha catapultato nel mondo della letteratura in generale, e poi perché Agatha Christie e Assassinio sull’Orient Express costituiscono la base per chi, come me, è diventato autore di romanzi polizieschi.

Non mi dilungherò molto sulla trama, che è piuttosto nota, visto che in TV viene spesso riproposto il film del 1974 diretto da Sidney Lumet con l’insuperabile Albert Finney nei panni di Hercule Poirot e un cast pluripremiato.

Comunque…

Hercule Poirot, ex poliziotto belga in pensione e investigatore privato, si trova a Istanbul, di ritorno dalla Palestina, per rientrare a casa sua, a Londra.

Grazie ai buoni servigi del suo vecchio amico Bouc, uno dei direttori della compagnia, riesce a trovare posto sull’Orient Express, il treno più famoso del mondo.

Da qui si incrociano le storie degli altri passeggeri della carrozza per Calais; nel film del 1974 Poirot, parlando di loro, fino a poco prima perfetti sconosciuti e, in quel momento, tutti riuniti nel vagone ristorante, dice che sarebbero un perfetto soggetto per la penna di un Balzac.

Conoscendo l’autore francese, direi che il nostro investigatore dalla testa a uovo e dai baffetti all’insù ha proprio ragione.

Ma in realtà quello che Agatha Christie voleva presentare, è il microcosmo cui ci ha abituati in ogni romanzo, dalla tipica zitella pettegola al militare tutto d’un pezzo, dall’ossequioso maggiordomo al miliardario dispotico e autoritario, dalla coppia aristocratica all’insegnante di mezza età, dall’italiano ciarliero al medico e così via.

Un microcosmo in cui sia l’autrice sia il suo personaggio si sono sempre trovati a proprio agio.

La Christie ha sempre affermato di odiare e non sopportare Poirot, al contrario dell’altro suo personaggio più noto, miss Jane Marple.

Secondo me le cose non stanno così

A parer mio, l’autrice ha messo in miss Marple ciò che lei è, mentre l’omino belga rappresenta ciò che avrebbe voluto essere o, meglio, ciò che le manca, anche perché i punti di contatto autore – personaggio sono più evidenti in quest’ultimo caso. Entrambi viaggiatori, entrambi amanti della buona cucina, entrambi buoni conoscitori sia dell’alta società sia del “popolino” e a proprio agio in ambedue gli ambienti… solo che Poirot, al di là dei numerosi difetti, è maniaco dell’ordine, preciso, “simmetrico”, metodico, analitico, pratico. Tutte qualità, insomma, che probabilmente mancavano alla sua creatrice.

Ma torniamo al romanzo.

A differenza di altri libri della Christie, uno su tutti “Il pericolo senza nome”, in Assassinio sull’Orient Express è abbastanza scontato individuare quale dei personaggi sarà ucciso.

Il difficile, sia per Hercule Poirot sia per i lettori è capire chi è l’assassino e, soprattutto, come possa aver agito. Ricordiamo che la regina del giallo è, insieme a sir Arthur Conan Doyle e altri autori specialmente britannici, uno dei maggiori esponenti di quella categoria di storie poliziesche nota come i “delitti in camera chiusa” o, nell’originale inglese, Whodunit, da Who done it? Chi è stato?

La rosa dei sospettati è ampia come non mai, ma sappiamo bene che il piccolo investigatore belga ci rivelerà il nome dell’assassino con uno dei suoi magistrali coup de théâtre.

Su Agatha Christie ed Hercule Poirot si sono sprecati addirittura oceani d’inchiostro.

Non voglio dilungarmi su questioni, come quelle sollevate da critici come Julian Symons od Oreste Del Buono sul fatto che l’autrice bara e l’investigatore no, che in questa sede risulterebbero sterili e quindi inutili. In fondo, chi ha dimestichezza in letteratura poliziesca, sa che in generale le cose funzionano in questo modo.

Una menzione particolare ai  personaggi

La regina del giallo è sempre stata amante del teatro, e lo dimostrano le pièce da lei stessa scritte (su tutte, Trappola per topi, interpretata all’epoca da un magistrale Richard Attenborough), e infatti i personaggi spesso sembrano manovrati da un burattinaio. E che burattinaio, verrebbe da dire!

Ma sono anche figli di un’epoca, l’era vittoriana, alla quale la Christie è particolarmente legata. Non l’ha mai nascosto, visto che sia le ambientazioni sia la psicologia dei personaggi ne sono fortemente influenzati trattando, ora con benevola ironia ora con feroce sarcasmo, i tempi cosiddetti “moderni”.

Nei suoi romanzi, e anche in questo, sono le donne a farla da padrona perché sono coloro le quali dimostrano i caratteri più forti; su tutte Martha Hubbard e Mary Debenham.

Nelle donne della regina del giallo non manca la dolcezza, ma non è mai “zuccherosa” e portata al sentimentalismo “facile”.

E gli uomini? Molto spesso rudi, duri, ma si tratta di una maschera per nascondere una certa infantilità. Magari non sono succubi in senso stretto, ma sono più spesso inclini a perdere la testa o, a volte, a essere manipolati.

Non è certo un caso, dato che Agatha Christie era una nota femminista ed è forse in virtù di questo che ha dato la sua risposta alla società dell’epoca, di stampo maschilista e patriarcale. Non dimentichiamo che la parità dei sessi era abbastanza lontana da venire, persino in un Paese conformista come il Regno Unito. Mary Quant e la minigonna arriveranno solo trent’anni dopo l’uscita di Assassinio sull’Orient Express, assieme ai Beatles e ai “capelloni”.

Per concludere, faccio mia una frase di Roberto Benigni: “La bellezza, la poesia non sta in chi scrive, ma il sublime sta nell’orecchio di chi ascolta”.

Assassinio sull’Orient Express non è certo un’opera poetica. Ma, insieme forse a Dieci piccoli indiani, è un romanzo che va vissuto in prima persona.

Se, come affermava una mia professoressa di lettere, “la nostra mente funziona per immagini”, questo romanzo ha effettivamente un che di teatrale, con le sue continue entrate e uscite di scena, e merita anche di essere visto, specialmente nella trasposizione del 1974, ma anche in quella più recente con David Suchet nei panni di Hercule Poirot.

Recensione di Francesco Bonvicini

editing a cura di Simone Pinna

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